La deturpazione dell’ambiente naturale suscita in molte persone una profonda solastalgia

La deturpazione dell’ambiente naturale suscita in molte persone una profonda solastalgia

La deturpazione dell’ambiente naturale suscita in molte persone una profonda solastalgia

I danni che subisce il mondo naturale dei luoghi in cui viviamo creano in molti di noi una disagio e un’angoscia talmente forti da impattare negativamente nella nostra esistenza quotidiana.

La deturpazione dell’ambiente naturale suscita in molte persone una profonda solastalgia

Nel 2003 il filosofo ambientale ed ex professore di sostenibilità australiano Glenn Albrecht, autore del libro Earth emotions: new words for a new world  (Cornell University Press), ha coniato il termine “solastalgia” (dal latino solacium, sollievo/conforto, e dalla radice greca algia, dolore) per indicare il dolore provato dagli individui quando riconoscono che il luogo in cui vivono e che amano è sotto il diretto attacco di negativi cambiamenti ambientali che, vissuti come incontrollabili, impattano su di loro suscitando un profondo senso di impotenza e di perdita di controllo rispetto alla trasformazione in atto.

Riscaldamento globale, inquinamento, urbanizzazione incontrollata, deforestazione, questi sono tutti fattori scatenanti la solastalgia che fa sì che, pur trovandosi a casa propria, le persone si sentano scollegate dal proprio ambiente e quindi depresse, ansiose, tristi, intorpidite, addolorate, sopraffatte e spaesate proprio come se si fossero dovute trasferire controvoglia altrove o qualcuno le avesse lasciate in mezzo alla strada privandole di ogni cosa. Si sperimenta così una forte nostalgia di casa (etimologicamente nostalgia significa intenso desiderio malinconico di fare ritorno nella propria casa/patria) pur trovandosi ancora in casa propria.

“Non è la nostalgia, che è la malinconia causata dalla mancanza di una casa ormai lontana – spiega Glenn Albrecht – ma è l’angoscia causata dall’alterazione dell’ambiente della propria casa in una nuova inquietante normalità”.

Proviamo a pensare ad una persona abituata ad aprire la finestra della propria camera da letto e ad ammirare un rigoglioso boschetto che, all’improvviso, dalla stessa finestra si trova a poter vedere soltanto un enorme condominio in cemento armato. Pur vivendo ancora nella propria casa, questa persona percepirà il cambiamento esterno come una violenza ed una perdita sulle quali non può intervenire.

Nei suoi studi sulla Regione dell’Hunter, più conosciuta come Hunter Valley, che fa parte del Nuovo Galles del Sud, uno stato situato nella parte orientale dell’Australia nel quale, a partire dal 1980, miniere di carbone a cielo aperto, inquinamento delle centrali elettriche e persistente siccità hanno portato gli abitanti ad iniziare a soffrire di una forma di stress cronico, Albrecht ha potuto verificare che si sta facendo strada nelle persone un profondo senso di perdita man mano che il paesaggio attorno a loro cambia.

Piante autoctone che non crescono più, animali che lasciano definitivamente il loro habitat, fiumi sulle cui acque non ci si può più bagnare, alberi che vengono abbattuti, panorami che si degradano, le persone non si sentono più “a casa”, come se fossero state sradicate dal proprio luogo di origine.

È una forma di tristezza simile a quella sperimentata dalle popolazioni indigene – Aborigeni australiani, indigeni dell’Amazzonia, Nativi Americani, tanto per fare degli esempi – obbligate ad abbandonare le loro terre native che, di fronte a questo allontanamento forzato, hanno iniziato a manifestare un profondo senso di disorientamento luttuoso caratterizzato da inquietudine, ansia, depressione, disperazione. A me fa venire in mente anche quella velata malinconia che si coglie nelle persone anziane quando ricordano aree verdeggianti della loro infanzia o giovinezza sostituite ora da mattoni e cemento.

Ma questa specie di “patologia del luogo”, sottolinea Albrecht, non la si riscontra solo in chi è stato cacciato con la forza dalla propria casa o in chi vive accanto a “brutture” ambientali come, ad esempio, centrali elettriche o discariche a cielo aperto, ma si tratta piuttosto di una condizione globale legata al degrado ecologico che imperversa in molte aree della Terra. Nel vedere i propri luoghi deturpati e degradati le persone provano una sorta di peso al cuore, un senso di vertigine causato dal sentire che, in un certo modo, è tutta la loro vita che si sta disintegrando.

Per quanto a qualcuno possa sembrare strampalato il concetto espresso da Albrecht, è bene ricordare  che identificarsi con un luogo e costruire la propria vita attorno ad un ambiente percepito come proprio, oltre ad essere una naturale tendenza dell’uomo, rappresenta un elemento importante per il proprio benessere. È auspicabile, quindi, sviluppare un positivo “senso del luogo” e sintonizzarsi con quello che il geografo cinese Yi-Fu Tuan ha chiamato “topofilia” (dal greco topos, luogo, e philia, amore), ovvero un forte sentimento d’amore per un luogo e il suo paesaggio.

È assolutamente consigliabile, quindi, che ognuno di noi inizi a riflettere seriamente sulla questione e si ponga qualche domanda, ad esempio:

  • Mentre il nostro ambiente continua a cambiare intorno a noi, quanto profondamente sta soffrendo la nostra mente?
  • Quali sono i costi emotivi del declino ecologico che sta subendo il nostro pianeta?
  • Siamo davvero così evoluti da poter affrontare indenni i profondi cambiamenti dei nostri territori?
  • Come reagiremmo se scomparissero gli alberi che ci sono così familiari, se la neve diventasse un ricordo o se la temperatura si innalzasse troppo?

Più velocemente cambierà il nostro ambiente, sostiene il filosofo australiano, più intensa sarà la solastalgia che proveremo. Già oggi, ad esempio, i suoi studi rilevano che nelle ex aree selvagge dell’Australia dove le distese verdeggianti sono state sostituite da aree industriali, è pericolosamente aumentato il tasso di suicidi.

Sono molte le persone che, a livello mondiale, cominciamo a sentire questa forma di disagio. Non a caso lo scrittore ed educatore statunitense Richard Louv nel suo libro The Nature Principle (Algonquin Books) tratta la solastalgia come un tema emergente nella vita degli esseri umani. Si tratta di un concetto, poi, che fin dalla sua definizione, ha avuto un notevole impatto internazionale contribuendo a rianimare l’interesse per il rapporto tra gli esseri umani e i luoghi a diversi livelli: accademico, artistico, musicale, letterario ecc.

Uno dei motivi di questo interesse è che siamo nel mezzo di un’angoscia legata alla Terra che si sta diffondendo velocemente e che, se non affrontata, potrà soltanto peggiorare. Fino a quando lo sviluppo incontrollato e le pressioni climatiche continueranno a crescere, tutto ciò che nel proprio ambiente risultava familiare e ispirava fiducia verrà sperimentato, dice Glenn Albrecht, come il “nuovo anormale”.

La forza del concetto di solastalgia sta nel fatto di permettere l’espressione di sentimenti viscerali, quelli che descrivono ciò che le persone sensibili già sentono in merito alla distruzione della Natura ma che non riescono ad esprimere verbalmente perché mancano nel nostro linguaggio termini specifici per farlo (proprio per questo, oltre al neologismo solastalgia, Glenn Albrecht ha coniato altri termini).

L’Angolo dello Psicogiardinaggio

Pensa ad episodi che hai vissuto nei quali qualcosa nell’ambiente naturale attorno a casa tua o nel luogo in cui vivi, ha subito un degrado o una deturpazione.

A me, ad esempio, è successo quando il mio vicino di casa ha tagliato un albero stupendo e perfettamente sano del suo giardino che io potevo ammirare dalla finestra del mio bagno. In pochi anni lo ha già fatto due volte, con motivazioni totalmente assurde – cadono le foglie e sporcano, l’albero può cadere sulla vostra casa – e ogni volta le reazioni che mi ha suscitato sono state le stesse: rabbia per l’insensatezza del gesto, tristezza per la sofferenza dell’albero (viene tagliato lasciandogli solo il tronco senza nessun ramo), senso di impotenza per non poter impedire il taglio (l’albero non è nella mia proprietà), nostalgia per tutto il bello che l’albero mi portava: l’ombra della sua chioma, il canto dei tanti uccelli che si appollaiavano sui suoi rami, il meraviglioso fruscio delle sue foglie nelle giornate di vento (anche stavolta, comunque, l’albero sta ricrescendo, ma perché deve fare ogni volta questa fatica visto è che in un punto in cui non infastidisce nessuno?!).

Inizia a chiederti:

  • Ho mai provato solastalgia?
  • Se sì, in quali circostanze?
  • Come mi sono sentito esattamente?
  • Ho espresso il mio sentire a qualcuno?
  • Se no, per quale motivo?
  • Se sì, quali sono state le sue reazioni?
  • Che difficoltà ho avuto a verbalizzare il mio sentire?

 

NOTA BIBLIOGRAFICA – The age of solastalgia di Glenn Albrecht (http://theconversation.com)

La deturpazione dell’ambiente naturale suscita in molte persone una profonda solastalgia ultima modifica: 2019-07-15T09:04:20+02:00 da pameladalisa