Disturbo da deficit di natura: proteggerci dall’impatto negativo dell’assenza di verde nella nostra quotidianità

Disturbo da deficit di natura: proteggerci dall’impatto negativo dell’assenza di verde nella nostra quotidianità

Disturbo da deficit di natura: proteggerci dall’impatto negativo dell’assenza di verde nella nostra quotidianità

Pur non rientrando in nessuna categoria clinica, sono ormai molte le evidenze a favore dell’esistenza del “Disturbo da deficit di natura” e del suo ruolo nell’inibire un buon livello di benessere psicofisico.

Disturbo da deficit di natura: proteggerci dall’impatto negativo dell’assenza di verde nella nostra quotidianità

Disturbo da deficit di natura (Nature deficit disorder) è un concetto introdotto nel 2005 dal pedagogo e scrittore americano Richard Louv (fondatore del Children and Nature Network e consigliere del National Scientific Council) nel suo libro “L’ultimo bambino nei boschi” (Ed. Rizzoli) come spunto per un approfondimento più ampio rispetto le implicazioni sociali della disconnessione tra le persone e il mondo naturale.

L’aumento di depressione, ansia, obesità, allergie, diabete, sostiene Louv, richiama fortemente la nostra attenzione su come la sedentarietà impatta negativamente sulla nostra salute. Non a caso, nel 2002, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha indicato lo stile di vita sedentario come una tra le dieci principali cause di morte e disabilità a livello mondiale.

Il contatto con la Natura, certo, non è la panacea di tutti i mali, ma sono ormai molte le evidenze scientifiche di come questo contatto vivifichi il nostro organismo dal punto di vista sia fisico che psicologico. Come afferma Howard Frumkin, autore di diversi libri sulla salute ambientale e rettore della University of Washington’s School of Public Health, “ne sappiamo abbastanza per passare ai fatti”.

“Un numero crescente di aneddoti e di ricerche conferma che le persone, a prescindere dalla loro età, si sentono più felici, godono di una migliore salute mentale e fisica e danno risultati scolastici migliori se hanno la possibilità di giocare e imparare stando immerse nella natura. Gli ambienti naturali esercitano un’influenza positiva sui nostri sensi, sulla nostra salute spirituale e sui legami con la nostra famiglia e con una più ampia comunità, compresa quella di altre specie. In poche parole, ricostruendo il nostro legame con la natura, ricostruiamo noi stessi”.
RICHARD LOUV – educatore americano

(dalla prefazione del libro Vivere la Natura di Joseph Bharat Cornell, Ed. Ananda)

Secondo Richard Louv, per motivazioni differenti che vanno, ad esempio, dalla praticità di piazzare un bambino davanti alla televisione alla paura che si possa fare male giocando all’aperto (complici anche i tanti allarmismi lanciati dai media), dalla fine degli anni settanta sono molti i genitori che hanno fatto passare ai figli sempre meno tempo a diretto contatto con l’ambiente naturale. Come inevitabile conseguenza questi bambini hanno sviluppato una scarsa capacità di muoversi con disinvoltura negli spazi aperti dove tendono a sentirsi spaesati e disorientati.

Uno studio durato quasi dieci anni condotto dall’Accademia delle Scienze di Pechino in cui le capacità di ragazzi cresciuti in città sono state confrontate con quelle di ragazzi cresciuti in campagna o in paesi, ha rilevato che che chi cresce in un grande centro urbano completamente separato dal mondo naturale ha sette volte meno possibilità di avere successo nella vita rispetto ai ragazzi che sono cresciuti in contesti più naturali. I ragazzi nati e cresciuti in una metropoli, certo, sono bravissimi nell’utilizzo delle nuove tecnologie, ma risultano privi della fondamentale conoscenza dei meccanismi della vita. Rispetto ai coetanei “campagnoli” questi ragazzi, inoltre, sono risultati essere più indisciplinati, più dipendenti, più aggressivi, più tristi, più isolati, più fragili fisicamente, meno capaci di prendere delle iniziative, concentrarsi, essere mentalmente stabili.

“La storia dell’uomo è quella di un continuo adattamento alla natura, con mutazioni genetiche che nei millenni si sono verificate per renderci idonei all’ambiente naturale in cui viviamo. Siamo lo stesso uomo di cento anni fa, solo che oggi quest’uomo è messo in scatoline dentro scatoloni, e non si è ancora verificato alcun adattamento biologico a questo nuovo habitat, questo probabilmente perchè non riceviamo stimoli adatti a far scattare la molla evolutiva. Resta da domandarsi se ci stiamo evolvendo o involvendo”.
MASSIMO CLEMENTI – web content manager italiano

(dall’articolo Il deficit di natura: la malattia delle grandi città, https://trekking.it)

Nel 2012, invece, nel rapporto dell’agenzia britannica National Trust intitolato “Natural childhood”, il naturalista e produttore televisivo Stephen Moss, prendendo in considerazione i dati tratti da anni di ricerca accademica e da molti sondaggi sulla relazione dei bambini con il mondo naturale, ha rilevato come una generazione di bambini sta perdendo il contatto con l’ambiente naturale. Il rapporto evidenzia che dagli anni settanta ad oggi lo spazio di gioco all’aperto e senza sorveglianza dei genitori si è ristretto del 90% e, nel corso di una sola generazione, la proporzione di bambini che giocano regolarmente all’aperto è drasticamente scesa da uno ogni due ad uno ogni dieci.

Il Disturbo da deficit di natura, che va comunque sottolineato non essere parte di alcuna categoria clinica, descrive i costi umani dell’alienazione dal mondo naturale tra i quali possiamo riconoscere:

  • Problemi di salute legati alla sedentarietà
  • Difficoltà a restare concentrati
  • Atteggiamento apatico
  • Stati ansiosi e depressivi
  • Minore tolleranza alla frustrazione
  • Atteggiamenti aggressivi
  • Minore sensibilità ai segnali sociali
  • Anestesia sensoriale
  • Scarsa consapevolezza ambientale
  • Minor spinta alla creatività e alla fantasia
  • Minore capacità di adattamento
  • Minore coordinamento ed autocontrollo
  • Deficit dell’apprendimento
  • Tendenza all’iperattività
  • Sensazione di sradicamento dal mondo
  • Senso di insicurezza

“È paradossale dover spezzare una lancia in favore dello stare a contatto con la natura e citare le tante ricerche di studiosi di tutto il mondo e di tutti i tempi per ricordarci quanto sia importante il contatto con essa. È paradossale perché ognuno di noi ha vissuto l’esperienza profonda e toccante di un tramonto, del sole sulla pelle, del rotolarsi nella sabbia o dello stare sdraiati sull’erba. Come gli adulti, anche i bambini piccolissimi godono della bellezza di orizzonti magnifici e del fascino dei suoni e degli odori della natura. Nel momento storico di maggior separazione tra essere umano e la natura, la scienza e la ricerca contemporanee sono ai massimi livelli per intensità di produzione e risultati scientifici ed evidenziano che riavvicinare i bambini alla natura produce benefici immediati, concreti e misurabili per il benessere generale in termini di salute fisica e mentale”.
(dall’articolo Deficit da natura: cause e soluzioni di un malessere diffuso, www.coopeureka.com)

Io mi ricordo che da bambina giocavo un sacco all’aria aperta inventando con mia cugina, e quando capitava con altri bambini, giochi ed attività divertenti: facevamo le corone di margherite sedute sul prato, giocavamo a “strega comanda color” o a “din don campanon”, giocavamo a palla, correvamo in bicicletta, giocavamo con le racchette e quanti gelati gustati in cortile (il bar era di fronte casa!). E poi che bellezza tirare fuori le carote dalla terra nell’orto dei nonni, accarezzare i conigli, succhiare il nettare di un fiore selvatico color viola di cui non mi ricordo il nome. Certo, mi piaceva guardare i cartoni animati (Candy Candy forever), ma il richiamo al gioco all’aperto era forte e non mi facevo pregare tanto per assaporarlo. Sarà perché sono nata e cresciuta in un paese di provincia in cui la “cultura del verde” è molto radicata.

Oggi, per quanto possa sembrare incredibile, siamo arrivati praticamente ad un punto in cui il mondo digitale è diventato quasi più reale di quello ecologico che si trova fuori dalla porta di casa. I bambini sono diventati bravissimi a sconfiggere i draghi della playstation ma poi, però, non sanno dire da che animale arriva il latte che bevono perché l’hanno sempre solo visto uscire dalla bottiglia del frigorifero.

“I bambini che trascorrono tutto il loro tempo in ambienti chiusi e protetti e in cui la sorveglianza degli adulti è costante, se è vero che corrono meno pericoli di farsi male, potrebbero però sviluppare più lentamente, o addirittura meno di altri, la mente, i riflessi, la creatività. La ragione è che in questo modo i bambini non ricevono stimoli sufficienti, non si trovano mai in situazioni nuove o impreviste, non vedono mai qualcosa di sorprendente. Non solo, ma di recente si è diffuso l’uso di cartoni animati rivolti anche a bambini di pochi mesi. Si tratta di un novità di cui non conosciamo le conseguenze, ma quello che temo è che in questo modo si prenda un bambino appena nato e per così dire lo si spenga, mettendolo nella condizione di non poter fare esperienze reali, ma solo mediate”.
ANNA OLIVERIO FERRARIS – psicologa italiana

(dall’articolo Bambini in deficit da natura di Luciana Grosso, https://d.repubblica.it)

Il campanello d’allarme che lancia Richard Louv è che il Disturbo da deficit di natura investe sempre di più i ragazzi cresciuti in ambienti chiusi con giochi virtuali dispensati attraverso computer, televisori, smartphone, videogame. Il contatto diretto con l’ambiente naturale viene ostacolato e così il mondo virtuale risulta più attrattivo di quello reale.

Molti psicologi, però, mettono in guardia sul fatto che passare molto tempo immersi nella realtà virtuale può influenzare la psiche del giocatore che potrebbe formarsi una percezione di se stesso, degli altri e della società basata più sulle interazioni irreali dei videogiochi che non su quelle reali sperimentate in prima persona.

Serve allora, come sostiene Louv, “del tempo, libero e non strutturato, per sperimentare la natura in modo profondo. Se lo facciamo, dato che il mondo esteriore ed interiore sono connessi attraverso i sensi e la principale fonte di stimolazione sensoriale è l’ambiente naturale, scopriremo che siamo naturalmente portati a sperimentarci attraverso la Natura e che questo favorisce un sano sviluppo della nostra vita interiore.

Questo risulta ancora più vero durante lo sviluppo dato che il movimento libero gioca un ruolo essenziale nella crescita. Oggi molti bambini vengono diagnosticati come iperattivi, anche se i bambini “molto vivaci” sono sempre esistiti, senza domandarsi però se l’ambiente in cui vivono risponda alle loro reali necessità. E se fosse che, ci invita a chiederci la psicologa Anna Oliverio Ferraris coautrice del libro “A piedi nudi nel verde. Giocare per imparare a vivere” (Ed. Giunti), non avendo potuto svolgere le attività fisiche di cui hanno bisogno, quando questi bambini si staccano dallo schermo sono più irrequieti di prima?

“Il rischio, più a lungo termine, è che bambini cresciuti senza alcun legame con natura e animali, diventino adulti disinteressati al mondo che li circonda. La preoccupazione non è solo per i singoli, ma per l’intero pianeta, che in un futuro potrebbe pagare il prezzo di questo disinteresse crescente. Sebbene i sintomi si manifestino soprattutto nei bambini, è probabile che la sindrome da deficit di natura possa oggi affliggere tutto il mondo occidentale o gran parte di esso. Louv parla di malattia dell’anima prima ancora che del corpo, un’anima che ha perso la capacità di conoscere attraverso il corpo. Siamo di fronte ad una crisi del sentire, stiamo perdendo la facoltà di conoscere direttamente il mondo”.
MAURIZIO LUERTI – counselor ed ingegnere italiano

(dall’articolo Disturbo da deficit di natura, www.genitorichannel.it)

Come sottolinea l’Ecopsicologia, esiste un legame profondo tra ambiente interno ed ambiente esterno e, di conseguenza, condotte insostenibili a livello ambientale vanno di pari passi con un’insostenibilità sul piano psicologico. Esiste, pertanto, una stretta relazione tra la necessità di un maggiore contatto con la Natura e il bisogno di un rapporto più autentico con se stessi, e maggiore è il tempo che passiamo confinati in ambienti artificiali, maggiore sarà la necessità di un contatto compensatorio con la Natura per mantenere ad un buon livello la nostra salute psicofisica.

Al di là di avere dei figli o di lavorare con loro come educatore, il Disturbo da deficit di natura dovrebbe interessarti prima di tutto perché anche tu sei stato un bambino e, pertanto, può essere un utile spunto di riflessione sul ruolo che il mondo naturale ha giocato nella tua crescita.

Oltre ai bambini, oggi anche noi adulti passiamo buona parte del tempo in ambienti chiusi, non solo quelli lavorativi o casalinghi, ma anche quelli ricreativi come palestre, locali, centri commerciali, cinema. Questa mancanza di contatto diretto con l’ambiente naturale, che tu ne sia oppure non consapevole, ha un impatto sulla qualità della tua vita e, in scala maggiore, su quella dell’intero Pianeta.

“In un mondo reso completamente artificiale non siamo più in grado di vivere un’esistenza equilibrata, in cui tutti i cinque sensi sono stimolati e al lavoro per farci fare un’esperienza della vita che sia completa. Con questa castrazione sensoriale non possiamo pensare di evolvere né come individui né come collettività. Se la natura non verrà reinserita nell’ambiente urbano o quest’ultimo non si disintegrerà a favore di una realtà abitativa e produttiva più mimetizzata nella natura stessa, restano poche speranze di un’umanità serena e centrata”.
VALERIO PIGNATTA – naturopata e giornalista scientifico italiano

(dall’articolo Il tasto dell’off, www.scienzaeconoscenza.it)

L’Angolo dello Psicogiardinaggio

“Abbiamo dimenticato da dove veniamo. Abbiamo perso la connessione con la fonte di tutta la vita e con il nutrimento che ne traiamo, e questo sta creando un vuoto nella nostra capacità di guarire noi stessi e di connetterci con la vita che ci circonda”, così scrive il biologo e dottore in medicina orientale Pedram Shojai nel libro “Il monaco urbano” (Ed. Macro).

Inizia a riflettere chiedendoti:

  • Quali sono state le mie esperienze gioiose in Natura?
  • Che impatto hanno avuto su di me?
  • Rispetto a quando tu ero bambino, quali differenze percepisco oggi nel rapporto dei più piccoli con il mondo naturale?
  • Come posso (se sei genitore, educatore, insegnante) incentivare il contatto dei bambini con l’ambiente naturale?
  • Come posso pianificare un po’ di tempo all’aria aperta per me e, se ci sono, per i miei figli?
Disturbo da deficit di natura: proteggerci dall’impatto negativo dell’assenza di verde nella nostra quotidianità ultima modifica: 2019-08-12T09:44:30+02:00 da pameladalisa