L’elaborazione del lutto riguarda ogni forma di separazione che sperimenti nella vita

Tutto quello che nella vita implica una separazione, rappresenta un lutto da rispettare ed elaborare. Troppo spesso, però, la mancata coscienza di questa verità, appesantisce il tuo presente con zavorre interiori in attesa di trovare pace.

Elaborazione del lutto

Il lutto non è un fenomeno solo umano

Per chi si dedica ad approfondire la conoscenza del regno animale non umano è ormai noto che tra gli Elefanti, ma non solo (sono stati registrati casi, ad esempio, anche tra scimpanzé, delfini, giraffe, gatti, oche), è presente il fenomeno del lutto e del rituale legato alla morte. Gli Elefanti, infatti, quando muore un componente del loro branco, organizzano una vera e propria veglia funebre con momenti di struggimento, carezze al defunto con la proboscide, giorni interi senza toccare cibo. A volte lo ricoprono persino con la terra, l’erba e i rami, proprio come se fosse una sepoltura, e nei mesi successivi non è inusuale che facciano ritorno al luogo del decesso e ispezionino le sue ossa, come se volessero tributare un minuto di silenzio al loro compagno che non c’è più (il che ricorda tanto le nostre visite al cimitero).

Osservando la sua veglia funebre, per la prima volta ebbi l’impressione fortissima che gli elefanti conoscevano il lutto. Non potrò mai dimenticare l’espressione del viso, degli occhi, della bocca, il portamento delle orecchie, della testa, del corpo. Ogni parte esprimeva dolore. (dal libro “Ritorno in Africa”, Ed. Mondadori)

JOYCE POOLE – studiosa di elefanti tedesca

È interessante notare che, dal punto di vista simbolico, uno dei concetti a cui richiama l’Elefante è proprio quello della guarigione della propria storia personale. Animali molto intelligenti ed empatici (proprio come noi esseri umani, infatti, gli Elefanti esibiscono nei confronti della morte una risposta generalizzata, ossia non si addolorano solo per la perdita dei parenti stretti ma anche per quella di individui appartenenti ad altre famiglie) gli Elefanti ci insegnano l’importanza di rivendicare il diritto all’elaborazione dei nostri lutti e all’espressione aperta del nostro dolore, piccolo o grande che sia.

Mi sono sempre piaciuti gli Elefanti. Sarà che inconsciamente forse li associo alla tenerezza di Dumbo, ma a vederli, anche se enormi, mi hanno sempre dato l’impressione di animali dolci, mansueti e delicati. Quando ho letto di questa loro propensione a manifestare apertamente il lutto, mi sono chiesta quanti sono i piccoli lutti che ci portiamo dietro nella nostra esistenza.

Lutto è ogni forma di separazione

Infatti, anche se siamo soliti associare alla parola “lutto” la morte di una persona cara, in realtà rappresenta una forma di lutto qualsiasi esperienza che implica una separazione, una perdita o un distacco: un licenziamento, un divorzio, una malattia, un progetto mai completato, un’amicizia bruscamente interrotta, un trasloco, un figlio che se ne va di casa, tanto per citare alcuni esempi. Ma lo può essere anche la perdita, o il furto, di oggetti che, se pur di poco valore dal punto di vista commerciale, hanno per noi un grandissimo valore affettivo: gli orecchini di finte perle che ci ha lasciato la nonna, la prima lettera d’amore che abbiamo ricevuto, l’orsacchiotto che adoravamo da bambini, il video dei prima passi di nostro figlio, le fotografie di un’indimenticabile vacanza estiva, la pipa di nostro padre ecc.

Queste sono tutte forme di lutto che però, in genere non considerate come tali, rimangono spesso sospese dentro di noi come in una sorta di limbo in attesa di essere pienamente digerite e metabolizzate. Ed è chiaro che, anche se non pienamente coscienti di questo fatto, questi lutti non elaboratoti lavorano al nostro interno dando vita a “nodi emotivi” che, attraverso disagi e malesseri più o meno grandi, fanno sentire la loro presenza.

È sottinteso, ovviamente, che non tutti i lutti sono uguali. Il dispiacere legato al furto della propria auto, ad esempio, non è assolutamente paragonabile all’intensa sofferenza causata dalla morte di un familiare, da un aborto non voluto o dalla distruzione della propria casa.

Ma il concetto che a me interessava sottolineare in questo articolo riguarda proprio la concezione ristretta del concetto di lutto che, erroneamente, tendiamo ad associare soltanto alla morte fisica.

Normalmente quando parliamo di lutto pensiamo ad una situazione nella quale muore qualcuno a cui siamo affezionati. Ovviamente il prototipo del lutto riguarda proprio la scomparsa per morte di una persona amata. […] Ma nell’essere umano la sensazione di perdita si collega non solo a questo frangente, ma a moltissime altre situazioni che raramente sono lette con efficacia dalla coscienza. (dall’articolo “Le perdite affettive sono lutti”, www.genitorisingolari.com)

PAOLO BAIOCCHI – psichiatra italiano
L’insana tendenza a reprimere il dolore

Prendiamo l’esempio del figlio che ne va di casa. Si tratta di un fatto normale della vita che, prima o poi, quasi ogni genitore deve affrontare. Credo, però, sia perfettamente umano provare del dispiacere nel vedere una persona amata con cui abbiamo vissuto per molti anni andare a proseguire la propria esistenza altrove.

E allora, perché non esprimere questo dispiacere? Quanti genitori si trattengono dal farlo, soffrendo poi in silenzio, per paura di essere considerati dei sciocchi sentimentali, dei genitori antiquati o delle persone che vogliono continuare ad esercitare un controllo sul figlio? Perché non concedere a questo piccolo lutto uno spazio ed un tempo per essere “celebrato”?

Abbiamo dato forma ad una società in cui la manifestazione aperta del dolore suscita, il più delle volte, sguardi attoniti, silenzi imbarazzanti o commenti del tutto fuori luogo. Non è così nelle società tradizionali in cui, da sempre, le celebrazioni rituali hanno rappresentato un potente mezzo di espressione della propria sofferenza attraverso modalità differenti come, ad esempio, la danza, il canto, l’abbigliamento, la teatralizzazione.

Pensa invece, ad esempio, a come ci comportiamo noi di fronte al pianto di una persona adulta. In genere, fortemente a disagio e in imbarazzo perché non sappiamo come gestire il momento, pronunciamo frasi di questo tipo: “Dai non piangere, perché nel vederti così mi fai stare male”, “Non piangere, cosa potrebbe pensare qualcuno che ti vede”, “Su, forza, non serve piangere per così poco”, “Se smetti di piangere, faccio questa cosa per te” ecc.

Ma in questo modo, oltre a suscitare nella persona sofferente un ingiusto senso di colpa che la spinge a trattenersi dall’espressione di quanto provato, si dimentica che le lacrime, oltre ad avere una funzione prettamente fisiologica – permettono, infatti, all’occhio di pulirsi – rappresentano una splendida valvola di sfogo emotivo di cui la Natura ci ha dotato. Piangiamo non solo per tristezza, ma anche per gioia. Piangiamo quando ci sentiamo così ricolmi di un’emozione da non trovare le parole per esprimerla e, allora, lo facciamo attraverso le lacrime.

Non tutte le lacrime sono figlie della depressione. Piangere può essere uno sfogo emotivo salutare che non dovrebbe essere represso. (dal libro “Su con la vita Charlie Brown!”, Ed. Mondadori)

ABRAHAM J. TWERSKI – psichiatra e rabbino statunitense

E cosa dire delle parole che spesso pronunciamo nel fare le condoglianze a qualcuno: “Adesso è in un posto migliore”, “Almeno ha vissuto una vita lunga”, “Era talmente buono che Dio l’ha voluto accanto a sé”, “È la volontà del Signore”, “Il suo compito terreno era terminato ed era giunto il suo momento di andare”, “Sii forte”, “So come ti senti”, “Lui/lei non vorrebbe vederti piangere”, “Il tempo guarisce ogni ferita” ecc.

Anche se in genere involontariamente, tendiamo troppo spesso a sminuire il dolore altrui esprimendo opinioni personali come se questo fosse quello che il nostro interlocutore ha bisogno di sentirsi dire. Anche se espresse per essere di aiuto in un momento di dolore o di difficoltà, il modo in cui lo facciamo e le parole che scegliamo hanno il più delle volte l’effetto opposto. Così, invece di rincuorare, andiamo ad incrementare il senso di rabbia e di frustrazione che la persona in lutto sta provando.

È importante avere chiaro che, per quanto capace di metterti in relazione empatica con un tuo simile, non puoi davvero pensare di sapere esattamente come si sente una persona mentre sta soffrendo e, questo, per il semplice fatto che non sei lei, che con quello che questa persona ha perso non avevi lo stesso rapporto, perché il tuo mondo emotivo non è quello dell’altro, perché non hai vissuto la stessa identica esperienza, e molti altri motivi ancora. Il lutto rappresenta l’espressione esterna di un dolore provato all’interno che, pertanto, nessuno da fuori può “vedere” né, tantomeno, permettersi di giudicare

Più che le parole, nei momenti di sofferenza o di difficoltà altrui, conta la presenza, il fare sentire che ci sei e che, anche se non puoi capire fino in fondo il dolore dell’altro, sei a sua completa disposizione. Contano gli abbracci, i silenzi rispettosi, la condivisione delle lacrime, l’accoglienza non giudicante di comportamenti “bizzarri”, la condivisione di ricordi, la concessione di momenti di solitudine.   

Invece, pur di non passare per dei pazzi, per degli adulti infantili o per paura di dare fastidio, in molte situazioni cerchiamo di sopprimere il nostro dolore e di andare avanti con la nostra normale routine senza capire che, in realtà, il dolore è una normale risposta alla perdita. Rappresenta la sofferenza emotiva che sperimentiamo quando qualcuno o qualcosa a cui tenevamo molto ci viene tolto o si allontana da noi. Naturalmente, più significativa è la perdita, più intenso è il dolore provato.

Le fasi dell’elaborazione del lutto

Ovviamente non esiste un modo giusto o sbagliato di esprimere un lutto né, tantomeno, una sequenza prestabilita di passaggi per lo svolgimento del suo processo di elaborazione. In ambito psicologico, tuttavia, sono stati proposti diversi modelli che offrono una panoramica delle principali fasi che una persona deve attraversare quando elabora il lutto.

Uno dei più conosciuti è il modello a cinque fasi sviluppato dalla psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross, considerata la fondatrice della Psicotanatologia (detta anche Tanatologia Psicologica, è un termine usato per definire il sostegno psicologico offerto per accompagnare alla morte i malati terminali e i loro congiunti) ed una delle più note esponenti dei Death Studies (studi sulla morte e sul morire) , e presentato per la prima volta nel 1969 nel libro On Death and Dying (pubblicato in italiano da Cittadella con il titolo La morte e il morire).

Nato inizialmente per comprendere le dinamiche psicologiche più frequenti delle persone a cui viene diagnosticata una malattia terminale, nel tempo gli psicologi hanno constatato che si tratta di un modello valido per descrivere anche quello che succede nei casi in cui ci sia da elaborare un lutto affettivo o ideologico (questo modello viene anche usato per descrivere le fasi in cui ci troviamo a dover affrontare e gestire un cambiamento).

È importante sottolineare, però, che si tratta di un modello a fasi e non a stadi, il che significa che i diversi passaggi del processo di elaborazione possono anche alternarsi, presentarsi più volte nel corso del tempo, con diversa intensità e senza un preciso ordine. Infatti, nonostante si possano delineare le fasi generali che una persona affronta nell’elaborare una perdita, il modo in cui le sue emozioni si manifestano è assolutamente soggettivo. Molto dipende, ad esempio, dal proprio modo di essere, dalle proprie esperienze di vita, dalle proprie credenze e, ovviamente, dalla natura della perdita.

Non si tratta, perciò, di un modello sviluppato a partire dall’idea che tutti soffriamo nello stesso modo e che, quindi, sia possibile delineare un processo di elaborazione uguale per tutti. Il modello, semmai, descrive le risposte più tipiche di fronte al dolore della perdita e ci aiuta ad inquadrare e ad identificare quello che sentiamo, ma è sottinteso che il modo di affrontare le diverse fasi rimane assolutamente unico e soggettivo.

È necessario, pertanto, sfatare alcuni miti legati a questo modello:

  • Le cinque fasi del dolore sono lineari e, pertanto, devono avvenire in sequenza. Si tratta di una falsa credenza perché, proprio come unico è ogni essere umano, allo stesso modo unico è il modo di affrontare il dolore. Ne consegue, quindi, che altrettanto unico sarà il modo in cui si verificheranno le cinque fasi.
  • È necessario attraversare tutte e cinque le fasi. Si tratta di una falsa credenza perché, trattandosi di un processo di elaborazione assolutamente soggettivo, può succedere che alcune fasi, come quella della Negazione o della Rabbia, vengano totalmente glissate.
  • Le cinque fasi si verificano solo una volta. Si tratta di una falsa credenza perché, spesso, le persone attraversano più volte le stesse fasi, o all’interno di uno stesso processo di elaborazione (quando, ad esempio, si sta elaborando la morte di un congiunto), oppure in riferimento ad elaborazioni progressive (quando, ad esempio, viene fatta la diagnosi di una malattia e, in seguito, quando la prognosi subisce un peggioramento).
  • Dobbiamo provare esattamente una delle emozioni delle cinque fasi. Si tratta di una falsa credenza perché, in realtà, ognuna delle cinque fasi rappresenta un’emozione generale al cui interno se ne trovano molte altre. La rabbia, ad esempio, contiene anche l’amarezza, la depressione contiene anche la tristezza. Si può quindi effettivamente provare l’emozione generale legata ad una certa fase oppure una delle altre emozioni in essa contenute.

Vediamo adesso quali sono le cinque fasi descritte dalla Kübler-Ross:

  1. La Negazione (incredulità, confusione, torpore). Il soggetto, ignorando il cambiamento che ha subito la sua vita, si rifiuta (a livello più o meno conscio) di accettare i fatti. Osservandolo da fuori, potrebbe quasi sembrare che non soffra e che non sia particolarmente toccato dall’accaduto. Ma, in realtà, si tratta di un normale meccanismo difensivo attuato per sopravvivere al dolore sperimentato e lasciare passare solo quello che il soggetto è al momento in grado di gestire. Questa è una fase in cui, agli occhi di chi ha subito una perdita, il mondo appare insignificante ed opprimente e la vita ormai priva di senso. Totalmente intontito e intorpidito dal dolore, non capisce come potrà mai andare avanti e perché dovrebbe farlo.
  2. La Rabbia (frustrazione, ansia, irritazione). Il soggetto, adesso in collera con tutti e con tutto (parenti, amici, Dio, la Vita…) perché si sente profondamente tradito ed abbandonato, trova nella rabbia, dietro la quale si cela il suo dolore, l’unica ancora a cui aggrapparsi e, nella forza di questa emozione, l’unica arma per andare avanti e sopportare il vuoto della perdita subita. La rabbia è una fase necessaria del processo di guarigione e, pertanto, per quanto possa sembrare senza fine, è necessario essere disposti a sentirla. Solo in questo modo inizierà a scomparire e la guarigione potrà avere inizio.
  3. La Negoziazione (ricerca di senso, tentativi di riparare, sensi di colpa). Il soggetto, nel disperato tentativo di far tornare le cose com’erano prima, cerca prima un patteggiamento con un potere superiore (o, nei casi di lutti meno traumatici, un compromesso con la persona coinvolta: “possiamo continuare a rimanere amici?”) e in seguito, compresa l’impossibilità della sua richiesta, si trova preda dei sensi di colpa (avrei potuto fare di più, comportarmi in modo diverso, non dire quella cosa, scegliere un’altra soluzione…) e, pur di non provare il dolore, catapultato nel passato, ossia nel periodo in cui tutto andava ancora bene.
  4.  La Depressione (tristezza, perdita di energia, senso di impotenza). Il soggetto, ora più presente all’accaduto e alla tristezza ad esso associata, si confronta con l’intensità del proprio dolore, tocca con mano il senso di vuoto lasciato dalla perdita e si isola dal mondo. Questa fase, spesso erroneamente confusa con un disagio patologico, rappresenta in realtà una normale risposta al dolore che, pertanto, va rispettata e assecondata.
  5. L’Accettazione (resa, distacco emotivo, nuove possibilità). Il soggetto, accettato il nuovo assetto che ha preso la sua realtà, smette di lottare e, adesso più lucido ed obiettivo, si arrende all’evidenza dei fatti. Inizia così a riorganizzare la propria vita, a riallacciare i rapporti, a predisporsi a nuove esperienze, a ritrovare la serenità e, in generale, a ridare un senso alla propria esistenza. Ovviamente, e questo è un concetto spesso frainteso, accettare un fatto non significa per forza apprezzarlo o far finta che tutto vada bene. Si tratta, invece, del riconoscimento consapevole che le cose sono cambiate, che non si può fare nulla per farle tornare come prima e che, quindi, opporre resistenza significa solo reiterare ad oltranza il proprio dolore senza dargli la possibilità di sanarsi.

Nel tempo questo modello ha subito delle variazioni e la stessa Elisabeth Kübler-Ross ha reso più sfaccettata la sequenza dell’elaborazione. Volendo fare una sintesi dei diversi contributi dati da autori diversi su questo tema, è possibile rappresentare le fasi come una curva che dallo shock iniziale scende fino ad una profonda tristezza, per poi risalire gradualmente fino ad un nuovo adattamento e percorso di vita (ho trovato lo schema che segue nel sito dello psicologo Luca Monasterolo, www.monasterolo-psicologotorino.it):

Fasi elaborazione del lutto

Le fasi descritte (che nello schema sono riferite alla perdita di una persona cara ma che tu puoi associare a qualunque forma di lutto) rappresentano soltanto una guida nella comprensione di un processo che è molto complesso e soggettivo ed aiutano, soprattutto, ad individuare dove eventualmente questo processo si è bloccato.

Da quanto fin qui scritto spero tu abbia capito che prima impari a sperimentare a pieno le tue perdite, di qualunque tipo siano, e prima può avere inizio il tuo processo di guarigione.

NOTA BIBLIOGRAFICA. Per scrivere questo testo ho consultato alcuni articoli nel sito www.grief.com: The five stages of grief, The 10 best and 10 worst things to say to someone in grief, Misconceptions about the five stages of grief, Brief history of the five stages of grief.

Psicogiardinaggio Pratico
innaffia questo seme di consapevolezza

Prenditi un po’ di tempo per riflettere sul concetto di lutto e cerca di fare mente locale sui piccoli lutti che hai sperimentato nella tua vita. Parlo di “piccoli lutti” perché, tengo a precisarlo, la riflessione che ti invito a fare in riferimento a questo articolo non riguarda tanto i lutti associati alle forme più intense di dolore come, ad esempio, la morte di un familiare. Si tratta infatti, in questo caso, di lutti molto profondi che per essere elaborati richiedono molto tempo e, in alcuni casi, anche un aiuto professionale.

Ripensa, piuttosto, ad eventi ed episodi di separazione di minor entità che ti hanno fatto sentire triste, arrabbiata, spaventata o confusa: un progetto a cui tenevi molto e che non ha mai visto la luce, il trasloco in una città che non ti piace, un oggetto a cui eri legata che non trovi più, un’amicizia finita in malo modo senza sapere bene perché ecc. Prova a ricordare come hai affrontato questi lutti (e, soprattutto, se li hai considerati tali) e a sentire se la loro elaborazione è davvero completa. Poi, quando ti senti pronta, prova a chiederti:

  • Quando sperimento una qualche forma di lutto nella mia vita, come mi comporto di solito?
  • Quando è stata l’ultima volta che ho espresso con le lacrime il dolore per un mio lutto?
  • Quando sento la necessità di piangere, cerco di trattenermi o permetto alle lacrime di fluire liberamente?
  • Come mi sento e come mi comporto di fronte al pianto di qualcun altro?
  • Quale perdita è stata per me fonte di sofferenza?
  • Cosa ho provato, esattamente, dopo questa perdita?
  • Mi sono concessa la possibilità di esprimere apertamente quello che provavo?
  • Ho concesso al mio lutto uno spazio e un tempo per essere celebrato?
  • Se sì, cosa ho imparato da questa esperienza?
  • Se no, chi o cosa me lo ha impedito?
  • Come posso, adesso, esprimere il mio dolore attraverso le parole, le immagini o il movimento?
  • Come posso dare degna “sepoltura” al mio dispiacere?
  • Chi o cosa può permettermi di esprimere liberamente e senza alcun giudizio il mio dolore?
  • Mentre elaboro la mia perdita, come posso prendermi cura di me stessa?
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