Rivalutare la funzione psicologica dell’attaccamento a Madre Terra

Rivalutare la funzione psicologica dell’attaccamento a Madre Terra

Rivalutare la funzione psicologica dell’attaccamento a Madre Terra

Per diventare degli adulti psicologicamente maturi, oltre al legame che sviluppiamo nei primi anni di vita con la nostra madre biologica, è necessario considerare anche quello che instauriamo con la madre di ogni creatura vivente: Madre Terra.

Rivalutare la funzione psicologica dell’attaccamento a Madre Terra

In Antichità la Terra, Gaia, lungi dall’essere considerata un semplice meccanismo organico, veniva concepita come un essere vivente dotato di spirito, identità e vita propria. In tutte le sue manifestazioni era il simbolo dell’unità di ogni forma di vita e il suo potere risiedeva negli animali, nelle piante, nelle acque, nelle pietre, insomma in tutto ciò che era Natura. Era da questo presupposto, quindi, che derivava la concezione olistica della sacralità e del mistero di tutto ciò che è presente sulla Terra.

Noi purtroppo, con il passare del tempo e la modernizzazione del sapere, abbiamo perso questa saggia visione del pianeta che ci ospita e, come inevitabile conseguenza, abbiamo allentato il legame ancestrale che ci univa compromettendo, senza nemmeno rendercene conto, il nostro stesso equilibrio.

“Mentre l’ambiente naturale sparisce intorno a noi, perdiamo anche al nostro interno alcuni aspetti selvatici di noi stessi. Il terreno fertile dell’anima si fa sterile, a mano a mano che i canti degli uccelli vengono soffocati dal traffico e l’aroma dei fiori profumati è soppiantato dai gas di scarico. Qualcosa dentro di noi sta morendo mentre si allarga il divario tra uomo e mondo naturale. Avvertiamo una separazione dal mondo che ci circonda e proviamo un senso di povertà crescente nel cuore e nell’anima. È tempo di ricordare chi siamo e di ricostruire il ponte che ci metterà in comunicazione con un mondo dotato di anima”.
DENISE LINN – formatrice ed autrice statunitense

(dal libro La mappa dell’anima di Colette Baron-Reid, Ed. TEA)

Per capire l’impatto negativo di questo distacco, è sufficiente fare un parallelismo con ciò che avviene nei primi mesi di vita di un bambino. I fondamentali studi condotti dallo psicologo britannico John Bowlby in merito all’attaccamento – ossia la propensione innata a cercare la vicinanza protettiva di un membro della propria specie quando si è vulnerabili ai pericoli ambientali per fatica, dolore, impotenza o malattia – hanno infatti messo in evidenza che il tipo di relazione che il bambino instaura nei primi tre mesi di vita con la principale figura di accudimento, propriamente definita “caregiver” (colui che offre le cure), che solitamente è la madre, plasma profondamente il suo sviluppo emotivo e la sua rappresentazione interiore, sia di se stesso che degli altri.

Questo originario attaccamento, come ha scritto lo psicologo Erving Polster in Psicoterapia del quotidiano (Ed. Erickson), svolge la funzione di prototipo della sicurezza interiore per l’intera vita della persona, un bisogno di una base sicura che persiste nel tempo e dalla quale la persona parte per vivere con fiducia la vita in modo autonomo.

Lo stile di attaccamento che si viene a creare, quindi, e che può essere “sicuro”, quello in cui il bambino sente di avere dalla figura di riferimento protezione, senso di sicurezza, affetto, o “insicuro”, quello in cui il bambino riversa sulla figura di riferimento comportamenti e sentimenti come instabilità, eccessiva dipendenza, paura dell’abbandono (esistono tre tipi di attaccamento insicuro: evitante, ambivalente e disorganizzato), influenzerà pertanto fortemente, una volta che il bambino sarà diventato adulto, la sua capacità di autorealizzazione, la qualità delle sue relazioni interpersonali e la capacità di affrontare i momenti critici della vita.

Il senso di sé e l’autostima si formano e si costruiscono in funzione di tale relazione primaria. Inoltre il legame che il bambino sperimenta in questa relazione con il caregiver, modellerà i successivi legami, poiché l’individuo, nel momento del contatto con l’altro, porta con sé tutto il bagaglio delle esperienze precedenti. L’immagine di sé che sviluppa un individuo che ha avuto un attaccamento sicuro è di essere una persona amabile, degna di essere amata, con buona autostima, che ha fiducia negli altri (ma non in modo indiscriminato). Sarà un individuo amabile con le persone amichevoli, difeso con chi percepisce come ostile, si prenderà cura di sé e delle persone che ama, non si affiderà alle persone che non conosce, sarà selettivo nei comportamenti empatici e nel rivelare se stesso, saprà appoggiarsi agli altri”.
MONICA VIVONA – psicologa italiana
(dall’articolo Attaccamento e configurazione del Sé, www.humantrainer.com)

A questo punto viene da chiedersi:

1 – Se il primo scambio relazionale con chi ci ha partorito ha un’influenza così forte nel nostro sviluppo, a cosa può portare una totale assenza di relazione con la Madre Terra di cui siamo tutti creature e a cui tutti apparteniamo?

2 – Se il primo rapporto di accudimento plasma così tanto il modello relazionale a cui faremo riferimento per rapportarci con noi stessi e con gli altri oltre, naturalmente, il nostro livello di sicurezza interiore, a quali forme di squilibrio andiamo incontro nel recidere totalmente il rapporto con la Natura?

Diverse ricerche in campo psicologico hanno dimostrato che l’attaccamento insicuro rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di condizioni di disagio psicologico come, ad esempio, elevati livelli di ansia, forte senso di inadeguatezza, atteggiamenti ossessivi, eccessiva dipendenza affettiva, iperemotività, comportamenti evitanti. Credi sia davvero impensabile che queste stesse condizioni di disagio insorgano anche nel caso di un mancato sano attaccamento alla Madre Terra?

“C’è un legame molto stretto tra le malattie dell’anima e le malattie del mondo, e la nostra società soffre dello stesso tipo di patologia di cui soffrono gli individui che sono cresciuti negando la figura della madre. Il bisogno di “sentirsi parte” è connaturato con la natura umana e la mancanza di un legame emotivo tra gli esseri umani e madre terra è attualmente causa di una crisi psicologica, spirituale ed ecologica.
MARCELLA DANON – ecopsicologa italiana

(dal libro Ecopsicologia, Ed. Urra)

Credo sia sotto gli occhi di tutti che, nel complesso, esseri umani e Pianeta Terra non godono di ottima salute nonostante il miglioramento generale delle condizioni di vita, perlomeno nella parte occidentale del mondo. È diventato perciò davvero urgente iniziare a modificare la nostra abituale prospettiva in modo da osservare le cose da un’angolazione diversa e poterci così rendere veramente conto che tra noi e l’Ecosistema Terra esiste un legame profondo che richiede di essere riconosciuto ed onorato, proprio come quello con chi nel mondo ci ha partorito.

La Terra, proprio come fa una madre, ci accoglie, ci nutre, ci guarisce, risponde alle nostre esigenze fornendoci quello di cui abbiamo bisogno per sopravvivere, e non solo, e lo fa senza discriminazioni. E in realtà, se ci pensi bene, senza la Terra non ci sarebbe nemmeno stata la madre umana che ti ha fatto venire al mondo.

“La Terra è nostra madre, che ci nutre e ci protegge in ogni momento, dandoci aria per respirare, acqua fresca da bere, cibo da mangiare e erbe curative per curarci quando siamo malati. Ogni respiro che inaliamo contiene azoto, ossigeno, vapore acqueo e oligoelementi del nostro pianeta. Quando respiriamo con consapevolezza, possiamo sperimentare il nostro interagire con la delicata atmosfera della Terra, con tutte le piante e persino con il sole, la cui luce rende possibile il miracolo della fotosintesi. […] Dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare e vedere le cose. Dobbiamo renderci conto che la Terra non è solo il nostro ambiente. La Terra non è qualcosa al di fuori di noi. Respirando con la consapevolezza e contemplando il tuo corpo, ti rendi conto di essere la Terra. Ti rendi conto che la tua coscienza è anche la coscienza della Terra. Guardati intorno: ciò che vedi non è il tuo ambiente, sei tu. […] Quando realizzi che la Terra è molto più che semplicemente il tuo ambiente, sarai spinto a proteggerla nello stesso modo in cui faresti tu stesso. Questo è il tipo di consapevolezza, il tipo di risveglio di cui abbiamo bisogno, e il futuro del pianeta dipende dal fatto che siamo in grado di coltivare questa visione o no. La Terra e tutte le specie sulla Terra sono in pericolo reale. Tuttavia, se possiamo sviluppare una profonda relazione con la Terra, avremo abbastanza amore, forza e risveglio per cambiare il nostro modo di vivere”.
THICH NHAT HANH – monaco buddista vietnamita

(dall’articolo Falling in love with mother earth, https://upliftconnect.com)

Per capire il legame che ci vincola a Gaia basta pensare a quanta ansia, paura, tristezza e sofferenza sperimentano le persone come, ad esempio, rifugiati, immigrati o nomadi, che per motivi differenti sono costrette a separarsi dalla loro terra d’origine facendo eco a quello che prova un bambino privato delle cure materne. La somiglianza del sentire deriva dalla sensazione di abbandono dovuta alla perdita di una presenza familiare, sicura e gratificante. Senza questo legame che influenza il nostro senso di sicurezza, quindi, viene minata la nostra stessa stabilità psicologica.

Non è un obbligo amare la Terra, certo, come non lo è amare la madre che ci ha partorito. Ma farlo, ci dice il monaco Thich Nhat Hanh, oltre ad una questione di felicità, è anche una questione di sopravvivenza personale e collettiva. E hai mai pensato a quanto potrebbero cambiare le cose nel mondo se ci considerassimo davvero tutti figli della stessa Madre? Quanta violenza, discriminazione e separazione verrebbero superate?

“Ci sentiamo profondamente commossi dalle conseguenze del nostro uso della Terra e della nostra onnipotenza nei suoi confronti. Rimane, però, una domanda fondamentale: siamo abbastanza commossi dalla grave condizione del pianeta da interrogarci, affrontare la depressione e fare ammenda allo stesso tempo? Se non lo siamo, dovremmo pensare a dei modi per lasciarci commuovere da quei sentimenti così familiari eppure così terrificanti perché ci costringono a confrontarci con la nostra paura di diventare vittime di qualcosa che non possiamo controllo affatto, ossia la vendetta di colei che ha creato e nutrito e da cui dipendiamo per tutto”.
OUMAR KONARE – psicologo africano

(dall’articolo Humanity’s attachment to mother earth, https://ourworld.unu.edu)

Il legame che ci lega alla Terra e a tutte le forme di vita in essa presenti, anche se ignorato, non potrà mai essere spezzato e, per quanto possa essere sopito, può essere recuperato e vivificato. L’ambiente naturale che ci circonda è in costante comunicazione e, se davvero lo vogliamo, possiamo interagire con tutti i suoi soggetti ampliando così la nostra comprensione dell’esistenza.

D’altro canto saggi e maestri di ogni epoca hanno sempre riconosciuto nella Natura, etimologicamente colei che genera, la più vasta riserva di conoscenza immediatamente disponibile alla nostra consapevolezza. Questo la rende la fonte di informazioni più grande che ci sia a cui si può accedere in ogni momento e in ogni luogo senza bisogno di intermediari, soprattutto falsi guru! Lo sapevano bene le popolazioni antiche che, non a caso, consideravano la Natura come una consigliera a cui rivolgersi per trovare risposta ai propri quesiti esistenziali.

Ricollegarci intimamente alla Natura e ai suoi “sussurri” allora, ci invita a considerare l’Ecopsicologia, significa comprendere come sopravvivere e prosperare su questo pianeta, osservare noi stessi e ciò che ci circonda da una prospettiva più ampia, capire meglio noi stessi, i nostri cicli di crescita e i meccanismi del vasto ecosistema che ci portiamo dentro. “Noi siamo natura – scrive il formatore statunitense Andi St. Clare – e la natura è noi. Vedere questo a livello profondo significa vedere una fine di tutti i nostri conflitti”.

L’Angolo dello Psicogiardinaggio

Anche se non sono una mamma, come zia di due nipoti ho spesso assunto il ruolo di caregiver sperimentando come ogni volta che un bambino è spaventato, stanco, affamato, malato, cerchi un “porto sicuro” per essere nutrito, rassicurato, coccolato, guarito. Questo legame di attaccamento, ci ha dimostrato Bowlby, dipende da un innato bisogno di entrare in contatto con gli altri membri della propria specie.

Partendo da questo concetto, rifletti sul rapporto con Madre Terra facendo dei parallelismi, se ti aiuta, con il rapporto che hai instaurato con tua madre (o con qualsiasi altra figura adulta che ne ha fatto le veci):

  • Che effetto mi fa pensare alla Terra come ad una madre?
  • Che implicazioni avrebbe, secondo me, considerarsi tutti figli di Madre Terra?
  • Cosa mi viene in mente quando penso alla maternità?
  • Come relaziono le caratteristiche che mi vengono in mente al rapporto con la Terra?
  • Cosa significa, per me, essere un buon figlio di Madre Terra?
  • Da cosa posso cominciare per onorare come si deve questo ruolo?
Rivalutare la funzione psicologica dell’attaccamento a Madre Terra ultima modifica: 2019-07-08T08:50:05+02:00 da pameladalisa