Avviare un processo di inverdimento di se stessi maturando un’identità ecologica

Avviare un processo di inverdimento di se stessi maturando un’identità ecologica

Avviare un processo di inverdimento di se stessi maturando un’identità ecologica

Estendere il senso della nostra identità a tutto ciò che esiste permette di sentire i danni ambientali come danni rivolti a noi stessi e, di conseguenza, ci spinge ad agire con consapevolezza in nome di tutto il pianeta.

Avviare un processo di inverdimento di se stessi maturando un’identità ecologica

Come ti ho già raccontato, oltre all’inconscio personale e a quello collettivo, l’Ecopsicologia ha messo in evidenza l’esistenza di un inconscio ecologico. La possibilità di accedere e, soprattutto, elaborare il contenuto del proprio inconscio ecologico, però, richiede prima di tutto un’estensione del proprio senso di identità. Ed è qui che entra in campo il concetto di identità ecologica.

Come quello di inconscio, anche quello di identità non è certo un concetto nuovo in Psicologia e, anzi, lo si può considerare come uno dei suoi capisaldi. Lo studio e l’esplorazione della soggettività, infatti, al di là delle differenti impostazioni teoriche, è centrale in tutti gli approcci psicologici. Quali sono i limiti della mia soggettività? Dove finisco io e dove inizia l’altro? E fino a cosa posso allargare questo “altro”? Quanto oltre la mia coscienza si estende la mia identità? Domande del genere diventano indispensabili per un’accurata indagine umana.

“Qualunque cosa io pretenda essere “me” – ha detto l’analista junghiano americano James Hillman – ha almeno una parte delle sue radici oltre la mia coscienza”. È necessario quindi, sostiene l’Ecopsicologia, che l’uomo smetta, per usare un’espressione dello scrittore e filosofo inglese Alan Watts, di pensare se stesso come un “ego incapsulato nella pelle”. Se vogliamo essere più ecologici, quindi, dobbiamo come prima cosa sentirci più ecologici. E per fare questo è necessario sviluppare una forte identità ecologica, intesa come un ampliato senso di sé capace di comprendere tutte le forme di vita, gli ecosistemi e la Terra stessa.

L’identità ecologica, quindi, descrive come estendiamo il senso di noi stessi in relazione alla Natura e quattro punti chiave nel lavoro di acquisizione di questa nuova identità riguardano il come:

  • Apprendiamo le conoscenze relative all’Ecologia
  • Modifichiamo, in relazione della comprensione ecologica, il modo di imparare su noi stessi
  • Percepiamo noi stessi in relazione agli ecosistemi
  • Mettiamo in atto, grazie ad una visione ecologica del mondo, un cambiamento personale

Nel momento in cui iniziamo a concepire livelli di identificazione sempre più ampi con ciò che è fuori di noi, può avvenire una realizzazione dell’interdipendenza tra noi e le altre forme di vita e, nel contempo, quella di un percorso comune all’interno del Sistema Terra.

“L’identità ecologica si riferisce a come la gente percepisce se stessa in relazione alla natura, come esseri viventi e respiranti connessi con i ritmi della terra, i cicli biogeochimici, la grande e diversa complessità dei sistemi ecologici. L’acquisizione di una personalità ecologica si verifica quando una persona impara a riflettere, a discutere e infine a interiorizzare l’impatto personale e pubblico delle esperienze ambientali, a farlo nella vita privata e pubblica, in ambienti urbanizzati e all’aperto”.
MITCHELL THOMASHOW – ecofilosofo statunitense

Quello che offre lo sviluppo di un’identità ecologica è di:

  • Entrare in risonanza emotiva con gli altri esseri viventi
  • Percepire un senso di affiliazione con luoghi, piante e animali
  • Percepirsi come simili alle altre forme di vita
  • Comportarsi verso l’ecosfera (la parte più bassa dell’atmosfera in cui possiamo respirare senza difficoltà) come ci si comporta verso se stessi
  • Preoccuparsi per il degrado ambientale

Il radicamento di un’identità ecologica ci spinge a guardare la vita da una prospettiva ecologica, rimette spesso in discussione i nostri valori e le nostre credenze inducendoci, come inevitabile conseguenza, ad una profonda trasformazione personale in cui la Natura inizia ad assumere un ruolo centrale. Infatti, non più concepita come cosa da sfruttare o conoscere sulla base di sterili definizioni, la Natura diventa, al contrario, soggetto da amare, accudire, conoscere empaticamente e a cui affidarsi per imparare a stare, con saggezza, nel mondo.

Sviluppando la capacità di pensare per sistemi, di concepirci parte di un sistema vivente più ampio, di comprendere i principi ecologici alla base della vita e di creare un sistema di valori ecocentrico (non più l’uomo al centro, quindi, ma tutte le forme di vita), possiamo maturare una profonda consapevolezza ecologica che, secondo l’economista messicano Enrique Leff, molto impegnato nella salvaguardia ambientale, presenta una doppia dimensione:

  • La dimensione cognitiva, legata allo studio dei principi ecologici scientifici
  • La dimensione intuitiva, legata all’esperienza diretta della Natura

Ci sono quindi delle persone che arrivano ad una maggiore comprensione ecologica attraverso lo studio di libri di testo e altre che, sfruttando un approccio più intuitivo, colgono le relazioni ecologiche attraverso le loro esperienze in Natura e la loro connessione con la terra.

Ovviamente, lo scopo dell’acquisizione dell’identità ecologica non è quello di perdere la propria individualità personale, ma piuttosto quello di espandere il proprio livello di consapevolezza sul piano ecologico. Attraverso l’estensione della propria identità, processo chiamato dall’ecofilosofa statunitense Joanna Macy “inverdimento del sé”, possiamo arrivare ad un’identificazione con la Natura tale per cui cominciamo a sentire i danni ambientali come danni causati a noi stessi. In questo modo, per fare un esempio pratico, l’abbattimento degli alberi della Foresta Amazzonica, che rappresentano i polmoni del nostro pianeta, può venire percepito come una riduzione delle proprie stesse capacità respiratorie.

 “Il passaggio ad un più ampio senso ecologico di sé è in gran parte una funzione dei pericoli che minacciano di travolgerci. […] La crisi che minaccia il nostro pianeta, se vista dal suo aspetto militare, ecologico o sociale, deriva da una nozione disfunzionale e patologica del sé. Deriva da un errore rispetto il nostro posto nell’ordine delle cose. È un’illusione che il sé sia così separato e fragile che dobbiamo delineare e difendere i suoi confini, che sia così piccolo e così bisognoso che dobbiamo acquistare e consumare all’infinito, e che sia così distante che come individui, come società, come stati-nazione o come specie possiamo essere immuni da quello che facciamo agli altri esseri. […] Una volta che ci fermiamo dal negare le crisi del nostro tempo e ci diamo il permesso di sperimentare la profondità delle nostre risposte al dolore del nostro mondo, che è l’incendio della Foresta Pluviale Amazzonica, le carestie dell’Africa o i senzatetto nelle nostre città, il dolore o la rabbia o la paura che sperimentiamo non possono essere ridotti alle preoccupazioni per la nostra pelle individuale. […] Il sé è una metafora. Possiamo decidere di limitarlo alla nostra pelle, alla persona, alla famiglia, alla nostra organizzazione, alla nostra specie. Possiamo scegliere i suoi confini nella realtà obiettiva”.
JOANNA MACY – ecofilosofa statunitense

Attraverso un più ampio livello di identificazione, quindi, il nostro sé diventa un sé ecologico che si estende oltre la nostra identità umana e che, nello stesso tempo, ci colloca all’interno di un più largo ecosistema, portandoci così a realizzare nel profondo che noi e tutte le altre entità siamo aspetti della manifestazione di una sola realtà.

In un incontro con l’ecologo profondo australiano John Seed, Joanna Macy gli pose questa domanda: “Lei parla della lotta contro i politici e gli interessi ingombranti per salvare la Foresta Pluviale che rimane in Australia. Come si fa ad affrontare la disperazione?”. John Seed rispose: “Cerco di ricordare che non sono io, John Seed, che cerca di proteggere la Foresta Pluviale. Piuttosto, io sono parte della Foresta Pluviale che protegge se stessa. Io sono quella parte della Foresta Pluviale emersa recentemente nel pensiero umano”.

È questo l’inverdimento del sé. Modificando il proprio grado di identificazione diventiamo capaci di estendere il senso di noi stessi per comprendere quello di un albero, di una balena, di un fiume o di una montagna. Questo significa che, l’albero, la balena, il fiume e la montagna non vengono più concepiti come oggetti separati che si trovano nel mondo “là fuori” ma, invece, come soggetti intrinseci alla propria linfa vitale. Nello sviluppare un’identità ecologica, quindi, le persone cominciano a parlare e ad agire in nome del pianeta e le loro azioni, più motivate e potenti, le rendono molto più sagge e consapevoli.

Spesso, di fronte ad una persona che piange per l’abbattimento di un albero, per la morte di un animale o per uno sconosciuto che vive in pessime condizioni di vita, si levano risatine, sguardi attonici o, peggio ancora, spicciole interpretazioni psicologiche (Stai piangendo per un Bosco che brucia… da cosa stai scappando esattamente nella tua vita? Quale problema irrisolto stai proiettando sul Bosco?…). In realtà il punto è che siamo in grado di soffrire con il nostro mondo e questo, dice Joanna Macy, è il vero significato della compassione.

È grazie alla compassione che possiamo riconoscere la nostra profonda interconnessione con tutti gli esseri e, proprio per questo, non bisogna mai chiedere scusa perché si piange e si sente dolore o rabbia per una foresta in fiamme o per un mare gravemente inquinato. Si tratta, infatti, della misura della propria umanità, del proprio livello di maturità e della propria apertura di cuore. È proprio grazie al fatto che il nostro cuore si spezza per le sofferenze del mondo che si creerà lo spazio per la sua guarigione.

È importante sottolineare, però, che per estendere la propria identità non serve sforzarsi di essere nobili, buoni o altruisti ma, più semplicemente, di essere presenti a se stessi e di riconoscere il proprio dolore. Lo sviluppo di una relazione tra sé e l’ambiente, poi, maturata grazie al cambiamento di prospettiva e ad una consapevolezza più estesa, si basa sempre meno su divieti e vincoli. Nel momento in cui ci riconosciamo Natura, infatti, diventa per noi spontaneo impegnarci in favore della sua tutela senza che qualcuno ci obblighi a farlo insinuando in noi sensi di colpa o vergogna.

 “Una delle cose che amo di più del sé verde, il sé ecologico che sta nascendo nel nostro tempo, è che rende l’esortazione morale irrilevante. Le prediche sono sia noiose che inefficaci. […] Questa grande visione sistemica del mondo ci aiuta a riconoscere la nostra incastonatura nella Natura, a superare la nostra alienazione dal resto del creato e a cambiare il modo in cui possiamo sperimentare il nostro sé attraverso un processo di identificazione sempre più ampio.[…] Purtroppo, l’ampia moralizzazione all’interno del movimento ecologico ha dato al pubblico la falsa impressione di essere invitati a fare un sacrificio per mostrare più responsabilità, più preoccupazione e uno standard morale più bello. Ma tutto questo avverrebbe spontaneamente e facilmente se il sé venisse allargato e approfondito in modo che la protezione della natura venga sentita e percepita come protezione di noi stessi. Si noti che la virtù non è richiesta per l’inverdimento del sé o la nascita del sé ecologico. Il cambiamento di identificazione, a questo punto della nostra storia, è necessario proprio perché l’esortazione morale non funziona e perché i sermoni raramente ci impediscono di seguire il nostro interesse personale come lo concepiamo. La scelta più ovvia, quindi, è quella di estendere le nostre nozioni di interesse personale”.
JOANNA MACY – ecofilosofa statunitense

La via di risoluzione della crisi ambientale, dunque, passa attraverso la volontà si smettere di considerare se stessi come singoli individui perché, come scrive l’insegnante sufi Llewellyn Vaughan-Lee, “Il mondo non è un problema da risolvere, ma è un essere vivente a cui apparteniamo. Il mondo è parte di noi e noi siamo parte della sua sofferente interezza. Non ci può essere guarigione finché non andiamo alla radice della nostra immagine di separazione”.

L’Angolo dello Psicogiardinaggio

L’ambientalista statunitense Paul Shepard ci invita a “pensare ecologico” rispetto noi stessi iniziando a considerare che la superficie della nostra pelle è, ecologicamente parlando, come la superficie di un lago o il suolo di una foresta. Non è, quindi, un guscio vuoto, ma la sede di una reciproca fusione tra noi e l’ecosistema. Inizia a riflettere su questa “fusione” e all’ampliamento del tuo senso di identità a tutta la Terra.

  • Come mi fa sentire l’idea che la mia identità si possa estendere a tutto ciò che esiste?
  • Ho già vissuto delle esperienze nelle quali ho percepito i miei confini personali allargarsi oltre la mia persona?
  • Se sì, cosa ho provato di preciso?
  • A che punto mi trovo nel processo di “inverdimento” di me stesso?
  • Se l’ho già iniziato, come posso portarlo ad un nuovo livello?
  • Se non l’ho ancora iniziato, da cosa posso partire?

NOTA BIBLIOGRAFICA

  • Ecological identity. Becoming a reflective environmentalist di Mitchell Thomashow (http://kitdidattico.wpengine.netdna-cdn.com)
  • The Greening of the Self di Joanna Macy (www.dhushara.com)
  • The Greening of the Self di Don Lattin (http://spiritualityhealth.com)

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Avviare un processo di inverdimento di se stessi maturando un’identità ecologica ultima modifica: 2019-09-09T09:32:12+01:00 da pameladalisa