Il dolore ecologico può diventare una potente bussola di azione consapevole verso noi stessi e il pianeta

Il dolore ecologico può diventare una potente bussola di azione consapevole verso noi stessi e il pianeta

Il dolore ecologico può diventare una potente bussola di azione consapevole verso noi stessi e il pianeta

Poco conosciuto, ma sempre più diffuso, il dolore che sperimentiamo per le perdite ecologiche mina profondamente il nostro equilibrio psicofisico ma, se vogliamo, può trasformarsi in un’opportunità di sostenibilità personale ed ambientale.

Il dolore ecologico può diventare una potente bussola di azione consapevole verso noi stessi e il pianeta

Nella nostra vita possiamo andare incontro a diversi tipi di perdite come, ad esempio, la perdita di una persona cara, di un lavoro, di una casa, di una funzionalità del nostro corpo. Ma c’è una perdita che accomuna tutti gli esseri umani perché riguarda l’intero Pianeta: si tratta della perdita ambientale che colpisce specie viventi, biodiversità, produttività degli ecosistemi, paesaggi.

A questa perdita si associa un forma di dolore poco conosciuto, ma sempre più diffuso, chiamato dolore ecologico (si parla anche di ansia ecologica e di lutto ambientale). La ricercatrice canadese Ashlee Cunsolo, direttrice del Labrador Institute of Memorial University (Canada) e coautrice del libro “Mourning nature: hope at the heart of ecological loss and grief” (McGill-Queen’s University Press), lo definisce come il dolore che una persona prova in relazione alle perdite ecologiche, sperimentate o anticipate, dovute a cambiamenti ambientali acuti o cronici.

La scarsa conoscenza rispetto il dolore ecologico è legata al fatto che, a differenza di quello che succede di fronte alla perdita di vite umane, si tiene in scarsa considerazione che possiamo soffrire in modo intenso anche in relazione alle perdite ambientali.

“Viviamo in un momento di straordinaria perdita ecologica. Non solo le azioni umane destabilizzano le stesse condizioni che sostengono la vita, ma è anche sempre più chiaro che stiamo spingendo la Terra in un’era geologica completamente nuova, spesso descritta come l’Antropocene. La ricerca mostra che le persone sentono sempre più nella loro vita quotidiana gli effetti di questi cambiamenti planetari e delle perdite ecologiche associate e che questi cambiamenti presentano significative minacce, dirette e indirette, alla salute mentale e al benessere. I cambiamenti climatici e gli associati impatti alla terra e all’ambiente, ad esempio, sono stati recentemente collegati a una serie di impatti negativi sulla salute mentale tra cui depressione, ideazione suicidaria, stress post-traumatico, nonché sentimenti di rabbia, angoscia, mancanza di speranza, disperazione”.
NEVILLE ELLIS e ASHLEE CUNSOLO – ricercatori australiano e canadese

(dall’articolo Hope and mourning in the Anthropocene: understanding ecological grief, https://theconversation.com)

Il fatto è che spesso sulle questioni ambientali abbiamo letto articoli o seguito trasmissioni televisive ma, non sentendoci toccare da queste cose nella nostra quotidianità, le abbiamo trattate come eventi lontani da noi. Ma qualcosa è iniziato a cambiare. E così, ad esempio, mentre prima il tema del cambiamento climatico sembrava un concetto astratto, adesso che ci troviamo realmente a confrontarci con primavere latitanti, estati ultra roventi, siccità anomale, incendi improvvisi, condizioni meteorologiche estreme, come ad esempio chicchi di grandine grossi come arance, tutto assume una prospettiva diversa e l’angoscia comincia a farsi sentire.

Nella nostra testa cominciano così a risuonare domande cariche di paure e perplessità:

  • Come mi adatterò ai cambiamenti che sta subendo il Pianeta?
  • Come si trasformerà la mia vita?
  • Quale sarà il costo per la mia salute?
  • Che mondo lascio ai miei figli e ai miei nipoti?
  • Come abbiamo potuto arrivare a questo punto?
  • Quali difficoltà dovremo affrontare nell’imminente futuro?
  • Cosa ci costeranno i danni che non possiamo più riparare?

Il dolore ecologico impatta in modo diverso su ognuno di noi come, d’altronde, qualsiasi tipo di dolore. Ognuno ha le sue soggettive modalità di reagire e fronteggiare quello che gli crea disagio e sofferenza ma, rispetto al dolore ecologico, si possono comunque ritrovare alcune reazioni comuni quali rabbia, ansia, paura, frustrazione, tristezza, sconforto, senso di impotenza e di colpa.

Tuttavia, a differenza del dolore che sperimentiamo, ad esempio, quando muore una persona amata, il dolore che proviamo per le sorti del Pianeta è più subdolo perché, non trovando un pieno e completo riconoscimento sociale, la stessa persona che lo prova fatica a comprenderlo e, di conseguenza, ad onorarlo.

“Ogni giorno nuovi rapporti mettono in guardia dai danni irreversibili al mondo naturale e al collasso delle nostre società. Siamo anche nel mezzo della sesta estinzione di massa del mondo, la peggiore dal tempo dei dinosauri. Questa realtà sta mettendo a dura prova la nostra salute mentale, specialmente tra i giovani che stanno comprensibilmente perdendo la speranza per il loro futuro. Stiamo assistendo all’ascesa di ciò che è noto come dolore ecologico. Questo dolore riassume i sentimenti di perdita, rabbia, disperazione e angoscia causati dal cambiamento climatico e dal declino ecologico. Siamo di fronte ad uno stato di continua perdita che impatta in modo sempre più grave sulla nostra psiche. Potrebbe essere la perdita di animali e piante che teniamo cari o stili di vita a cui siamo abituati, come mangiare quello che vogliamo ogni volta che vogliamo. Man mano che la lunghezza temporale tra la perdita e l’impatto si accorciano, si riducono i tempi di recupero personale. Allo stesso tempo c’è angoscia per ciò che deve ancora venire. Tuttavia, non c’è modo di rendere giustizia alle minacce che affrontiamo senza che questo provochi ansia. Come affrontiamo questi allarmismi senza cadere nell’apatia, nella negazione o nell’ottimismo evangelico? Come possiamo trovare un modo per affrontare la nostra realtà ecologica e rispondere, nel contempo, in modo significativo e propositivo?”.
ROB LAW – ambientalista australiano

(dall’articolo I have felt hopelessness over climate change. Here is how we move past the immense grief, www.theguardian.com)

Se ci pensi, quando ci rapportiamo ad una persona che ha subito un lutto, siamo solitamente molto comprensivi, disponibili all’aiuto, molto attenti a quello che facciamo e diciamo. Siamo delicati, pazienti e capiamo che la persona che si trova di fronte a noi sta sperimentando dentro di sé un dolore lacerante.

Ma quando si tratta di dolore causato per i danni e le perdite ambientali la nostra capacità empatica e la nostra sensibilità, spesso, latitano. E così chi sta sperimentando questa sofferenza non riesce a spiegarsi, ad esprimersi, a liberarsi del peso che sente gravare dentro di sé. Ma nel non poterlo verbalizzare questo dolore, come sostiene l’ecologa americana Phyllis Windle, sembra quasi irrazionale, inappropriato, inconsistente e non degno di nota.

Tuttavia, come ha evidenziato uno studio del 2016 sul dolore ecologico condotto dalla scienziata ambientale canadese Amy Spark, specializzata nell’interazione tra salute mentale ed ecologica, come le altre forme di dolore anche il dolore rivolto al degrado e alla perdita ambientale:

  • È soggettivo, quindi ogni persona reagisce a proprio modo.
  • Genera alterazioni fisiologiche come, ad esempio, insonnia, nausea, respiro corto, dolori allo stomaco e al cuore.
  • Genera alterazioni psicologiche come, ad esempio, ansia, depressione, crisi di pianto, disattenzione, tensione nei rapporti sociali, abuso di sostanze, senso di disperazione, rassegnazione, fatalismo, perdita di controllo (sentendo che il loro stile di vita rischia di venir portato via a causa di circostanze sulle quali non hanno alcun controllo, le persone hanno l’impressione di perdere il controllo sulla loro stessa vita) e dell’identità (invalidando conoscenze ecologiche trasmesse per generazioni, le perdite ambientali portano, come conseguenza, al senso di perdita di parti della propria identità).
  • Trova un’utile valvola di sfogo nel confronto con gli altri (ad esempio attraverso cerimonie, riti di passaggio, percorsi mirati) e nell’uso di strumenti di auto-aiuto come, ad esempio, la scrittura, il disegno e la fotografia.
  • Si associa ad un senso di colpa per la propria responsabilità, come singoli e come collettività, nell’aver contribuito alla perdita (qui Amy Spark fa notare che, per ciò che riguarda il degrado ambientale, siamo tutti da incolpare ma nessuno di noi individualmente è da biasimare perché è spesso il risultato di mille piccole decisioni, piuttosto che di poche grandi decisioni).
  • Modifica, in senso positivo (es. maggiore propositività) o negativo (es. maggiore cinismo), la visione che una persona ha del mondo impattando, di conseguenza, anche sul suo modo di essere e di vivere.
  • Può ricollegarsi a perdite del passato portando una persona, ad esempio, a mettere in connessione la distruzione di un’area verde con la morte di un famigliare con il quale in quell’area andava a passeggiare (i luoghi ci influenzano in modo che nemmeno immaginiamo finché non li perdiamo).
  • Ispira sentimenti di speranza (come quelli che proviamo, ad esempio, di fronte alla possibilità di guarire da una grave malattia) che portano le persone a pensare che alla fine la Natura ce la farà e noi impareremo dai nostri errori per agire con maggiore consapevolezza.
  • Può accompagnarsi ad un “dolore anticipatorio” nel senso che una persona, proprio come succede quando per anni assistiamo un famigliare malato sapendo che non c’è possibilità di guarigione, può iniziare a soffrire prima ancora che, ad esempio, un certo paesaggio scompaia.

Lo studio, però, ha messo in evidenza che il dolore ecologico ha anche delle sue peculiarità:

  • È “logorante” perché, di solito, fatta eccezione per gli eventi naturali catastrofici improvvisi come terremoti o inondazioni, il degrado ambientale è un fenomeno graduale e cumulativo che, giorno dopo giorno, porta a doversi confrontare di continuo con paure e preoccupazioni derivate dal vivere in un mondo ecologicamente instabile.
  • Può non sembrare giustificabile dato che, spesso, una perdita ambientale non implica una perdita assoluta. Se scompare una parte di un habitat naturale come, ad esempio, una Foresta, continua ad esistere comunque tutto il resto.

“A detta di tutti la pazienza del pianeta sta cominciando a logorarsi. La sua capacità di assorbire il nostro abuso non durerà più molto a lungo. Né sarà la sua capacità di fornirci il petrolio, le colture alimentari, l’aria pulita e l’acqua da cui dipende la nostra vita moderna. Le scelte che facciamo (o non facciamo) nei prossimi anni possono determinare se la specie umana sopravvive. Comunque non sono convinto che essere vivi oggi sia una specie di maledizione. Preferisco vederla come una benedizione sotto mentite spoglie. Una crisi non è solo una minaccia, è anche una possibilità di cambiare rotta e di evolvere come specie. Un’emergenza è un’opportunità per qualcosa di completamente nuovo e inaspettato di emergere. Cosa emergerà dalla crisi ambientale? Stimolerà l’umanità a trovare un modo di vivere in armonia con i sistemi naturali dell’aria, dell’acqua, del suolo e della biosfera che ci sostengono? O continueremo il nostro attuale percorso suicida, devastando le risorse limitate della terra e infine distruggendo il nostro stesso nido terrestre? […] Il pianeta sopravviverà indubbiamente. Questo è ciò che fanno i pianeti. […] Ma ciò che è sicuramente spacciato è la civiltà industriale umana nella sua forma attuale, vale a dire il mondo dell’energia a buon mercato e abbondante del carbonio, il mondo della crescita economica senza limiti, le popolazioni umane in ascesa e gli standard di vita perpetuamente in aumento, il mondo del consumismo sfrenato. Quel mondo è un morto che cammina. Ma la cosa curiosa è che quasi nessuno sembra accorgersene”.
RICHARD SCHIFFMAN – giornalista ambientale americano

(dall’articolo The five stages of environmental grief, https://charterforcompassion.org)

È paradossale, comunque, che a differenza di quando muore una persona amata che, da quel momento, non può più essere per noi una presenza di conforto, gli spazi naturali invece, pur subendo delle trasformazioni negative, continuano a darci sostegno, cura e bellezza anche durante la perdita.

Naturalmente, bisogna accettare che più ci si lascia coinvolgere dalle questioni ambientali, più ci si può dover confrontare con un indebolimento dei propri meccanismi di difesa perchè da una comprensione puramente razionale ed intellettuale ci si sposta su un piano molto più personale ed emotivo. Ma per poter affrontare davvero la crisi ecologica che stiamo vivendo dobbiamo anche darci il permesso di soffrire, a livello sia individuale che collettivo. Possiamo usare il nostro dolore per valorizzare quello che conta davvero e portare avanti nuove prospettive di vita.

Come invita a considerare l’ecofilosofa americana Joanna Macy nel suo programma di coscienza ecologica “Il Lavoro che Riconnette” (The Work that Reconnects), è fondamentale onorare il dolore ecologico che sperimentiamo e fargli spazio perché questo ci aiuta a confrontarci con il modo con cui affrontiamo la questione e a trovare una via per andare avanti senza far finta che le sensazioni “sgradevoli” non siano presenti.

La psicologa americana Susan Clayton, insegnante presso il College of Wooster (Ohio) e coautrice nel 2017 di un rapporto intitolato “Mental health and our changing climate: impacts, implications and guidance”, sostiene che ci sono ormai molte prove del fatto che sono in aumento le problematiche di salute mentale legate  alla precarietà del futuro del nostro Pianeta.

Ci dice anche, però, che le ricerche dimostrano che una buona rete sociale può fare la differenza perché nel confrontarci sulle questioni che ci preoccupano diamo modo al disagio psicologico di abbassarsi e alla nostra capacità di resilienza di rinforzarsi.

Anche vivere in modo più sostenibile dal punto di vista ecologico, oltre che sulla salute del Pianeta, impatta positivamente anche sulla nostra perché nella consapevolezza che, nel nostro piccolo, stiamo facendo qualcosa di buono per l’ambiente, il livello di ansia e il senso di impotenza si alleggeriscono.

“Il modo in cui il dolore ecologico influenzerà a lungo termine la salute mentale delle persone dipenderà dal modo in cui la società reagirà ad esso. […] Il modo migliore per combattere i sentimenti di impotenza è aumentare i sentimenti di empowerment informandosi e coinvolgendosi. Partecipare insieme ad altri per affrontare il problema non solo consente alle persone di migliorare il loro impatto, ma fornisce anche un supporto sociale che può aiutare con le emozioni negative. […] La paura si nutre di se stessa. Quando ci rifiutiamo di affrontare la cosa di cui abbiamo paura sembra ancora più spaventosa e potente, come il mostro sotto il letto”.
SUSAN CLAYTON – psicologa americana

(dall’articolo di Patricia Garzia If climate change is causing you anxiety or even grief, experts say you are not alone, www.vogue.com)

In genere il dolore è qualcosa da cui cerchiamo di fuggire, e questo è perfettamente umano, ma l’occasione che abbiamo con il dolore ecologico è di usarlo come opportunità per assumerci la nostra responsabilità, rinsaldare il senso di comunità, vivificare la consapevolezza del legame che ci unisce a tutte le forme di vita, attivare la nostra partecipazione e dare vita, così, ad un cambiamento etico sul piano culturale, sociale e politico.

L’idea è che se iniziamo davvero a fare gruppo – unendo dati scientifici, teorie, esperienze personali, idee – per affrontare la crisi ecologica del Pianeta e permettiamo al nostro dolore ecologico di trasformarsi in uno stimolo al cambiamento, possiamo trovare la forza, la creatività e la maturità di riparare, almeno in parte, ai danni che abbiamo fatto.

Quello che è importante comprendere, quindi, è che così come la perdita di una persona amata può mettere sotto una luce diversa quello che per noi conta davvero, anche il dolore ecologico può svolgere una funzione positiva portando al rafforzamento dell’impegno, individuale e collettivo, verso l’intero Pianeta. La strada da percorrere è lunga e soluzioni magiche non ce ne sono, tuttavia accettare di aprirci al nostro dolore ecologico può rappresentare la possibilità di superare il senso di paralisi e di muoverci in una direzione davvero sostenibile affinché non si verifichino ulteriori perdite ambientali.

“Il contatto con il dolore del mondo non porta solo dolore, ma può anche aprire il cuore per raggiungere tutte le cose ancora vive. Ha il potenziale per spezzare l’intorpidimento psichico. Forse c’è anche una comunità tra le persone dal cuore sincero, tra coloro che possono anche ammettere di essere stati toccati da questo Grande Dolore, di sentire il dolore della Terra, ognuno a modo suo. È necessario non solo un lutto individuale, ma un processo condiviso che porta al re-impegno pubblico nelle soluzioni culturali. Elaborare le nostre risposte nel modo più onesto possibile, come individui e come comunità, sta diventando rapidamente un requisito per la salute psicologica. Affrontare la perdita del nostro mondo ci impone di scendere attraverso la rabbia nel rimpianto e nella tristezza, senza bypassarli velocemente per saltare sul carrozzone dell’ottimismo o fuggire nell’indifferenza. E con questo approfondimento, una premurosa attenzione e gratitudine possono aprirci a ciò che è ancora qui e, infine, ad agire di conseguenza”.
PER ESPEN STOKNES – psicologo norvegese

(dall’articolo The great grief: how to cope with losing our world, www.ecology.com)

L’Angolo dello Psicogiardinaggio

Il giornalista ambientale americano Richard Schiffman ci dice che Non possiamo pensare di poter sanare la nostra relazione con la Terra fino a quando non riconosciamo che il nostro amore per essa è reale e che è questo sentimento, come è stato per le popolazioni indigene, che deve guidare il nostro agire. Ma riconoscere l’amore per il pianeta significa anche accogliere la sofferenza di tutti i suoi abitanti e riconoscere il ruolo che abbiamo giocato nel favorirla.

Partendo da queste sue parole, inizia a chiederti:

  • Qual è, per il mio ecosistema interiore, il costo dei cambiamenti ambientali?
  • Per quali perdite e cambiamenti ambientali sono, in particolare, addolorato?
  • Perché queste perdite mi creano sofferenza?
  • Quali sono le principali ansie e paure che mi suscitano queste perdite?
  • Con chi posso condividere il mio dolore ecologico?
  • Come posso concedermi tempo e spazio per metabolizzare il mio dolore ecologico?
  • Cosa devo lasciar “morire” nel mio stile di vita per alleggerire la mia presenza sulla Terra?
  • Come posso informarmi in modo corretto evitando fanatismi, estremismi, notizie fasulle ed inutile “terrorismo psicologico”?

NOTA – Nella prima citazione che ho riportato nell’articolo viene usato il termine “antropocene” che è il nome che viene dato all’attuale era geologica nella quale la Terra, da un punto di vista fisico, chimico e biologico, viene fortemente influenzata dagli effetti dell’attività umana.

Il dolore ecologico può diventare una potente bussola di azione consapevole verso noi stessi e il pianeta ultima modifica: 2019-08-05T10:23:22+02:00 da pameladalisa